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sabato 30 ottobre 2010

Per la scelta dell'università genitori e amici contano più dei prof.




Nella scelta della facoltà universitaria genitori e amici contano più degli insegnanti: a sostenerlo il dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell'università Bicocca di Milano, autore dello studio 'Come e quando i diplomandi scelgono l'università', condotto su 24 scuole (12 milanesi, 12 lombarde) nei mesi di aprile e giugno 2010.

"I dati - spiegano i ricercatori della Bicocca - mostrano che per quanto riguarda le fonti di informazione sugli atenei e sulle facoltà, il 60% degli intervistati, in diverse occasioni, si consulta con gli amici, il 52 con i genitori, il 47% con gli insegnanti e solo il 30 si informa attraverso un confronto fra le brochure delle diverse facoltà. Tutti gli intervistati si confrontano con i genitori, in particolare, le donne riflettono sulle proprie caratteristiche personali con l'aiuto dei genitori più degli uomini (62%contro 58). Per quanto riguarda, invece, il confronto con gli insegnati gli studenti maschi dimostrano una maggiore propensione rispetto alle donne: 27% contro 23".

L'indagine, hanno spiegato i responsabili, ha applicato, per la prima volta in Italia, lo 'Study choice task inventory': uno strumento elaborato da Veerle Germeijs e Karine Verschueren, due studiose belghe che si sono ispirate ai modelli di analisi delle carriere lavorative.

Fonte: Apcom

mercoledì 28 ottobre 2009

Nuova riforma dell'università. Meritocrazia e rettori a termine.



Le università sono autonome ma risponderanno delle loro azioni: se saranno gestite male riceveranno meno finanziamenti, decretando così la fine dei finanziamenti a pioggia. È il principio su cui è incardinata la riforma dell’università che, dopo una lunga gestazione, ha fatto oggi il primo passo con l’approvazione in consiglio dei Ministri, di un ddl che con molta probabilità comincerà il suo iter in Senato.

I contenuti sono stati illustrati dal ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, affiancata, in conferenza stampa, da Giulio Tremonti, il collega di Governo che, secondo indiscrezioni, avrebbe messo i bastoni tra le ruote a questa riforma. Ma l’interessato ha smentito oggi qualsiasi presunta tensione: «Ho sentito dire cose strane, parlare di contrasto, di interferenze e contrarietà. Certo il tema è stato complesso». La riforma in particolare promette il pugno duro contro i buchi nei bilanci delle università italiane: «Commissariamento e tolleranza zero per gli atenei in dissesto finanziario», ha spiegato il ministro Gelmini intervenuto in conferenza stampa a Palazzo Chigi. È prevista l’introduzione della contabilità economico-patrimoniale uniforme, secondo criteri nazionali concordati tra ministero dell’Istruzione e Tesoro: «i bilanci dovranno rispondere a criteri di maggiore trasparenza. Debiti e crediti saranno resi più chiari nel bilancio».

Ampio spazio alla meritocrazia: gli scatti di stipendio andranno solo ai «professori migliori», ha sottolineato la Gelmini. In caso di valutazione negativa, spiegano dal ministero, «si perde lo scatto di stipendio e non si può partecipare come commissari ai concorsi». E, in tema di trasparenza, il ministro dell'Istruzione ha affermato: «Entro sei mesi dall’approvazione della legge di riforma, le università dovranno approvare statuti per l’organizzazione del sistema, che abbiano le caratteristiche individuate dal ministero. In particolare è prevista l’adozione di un «codice etico» che al momento non esiste, con regole per «garantire trasparenza nelle assunzioni e nell’amministrazione». Il codice dovrà «evitare incompatibilità, conflitti di interessi legati a parentele. Alle università che assumeranno o gestiranno le risorse in maniera non trasparente saranno ridotti i finanziamenti». Ma, ha proseguito la Gelmini, il nodo dei ricercatori «è l’aspetto che più mi sta a cuore». «Occorre che i giovani non restino ricercatori a vita. Per questo - ha spiegato il ministro - abbiamo previsto due contratti triennali al termine dei quali si procede a una loro valutazione ed è poi facoltà dei singoli atenei trasformare i ricercatori in associati. In questo modo si mette fine a un precariato che va avanti da anni e si favorisce il ricambio generazionale».

La riforma del sistema universitario approvata oggi dal Consiglio dei ministri «è un provvedimento corposo che vuole affrontare in maniera seria e coraggiosa i problemi dell’università italiana, per dare maggiore peso a un’istituzione fondamentale del Paese e anche rispondere alla crisi», ha concluso il ministro Gelmini. A prendere la parola subito dopo il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che ha sottolineato: «Quella dell’università è una grande riforma, molto impegnativa. È stato trovato un equilibrio tra modello continentale e quello americano, con prevalenza del modello continentale. È stato anche raggiunto un equilibrio tra Stato, regioni ed università». Intanto in concomitanza con l'approvazione della Riforma del sistema universitario, in otto città italiane studenti di scuola e università hanno annunciato che saranno organizzati presidi permanenti dal pomeriggio fino a notte fonda davanti le prefetture per «lanciare delle rivendicazioni chiare al Governo Berlusconi e al ministro Gelmini». I sit in sono previsti a Torino, Genova, Siena, Roma, Napoli, Lecce, Taranto e Bari. In una nota l’Unione degli studenti e il Coordinamento universitario Link chiedono «il ritiro dei tagli su scuola, università, ricerca, un sistema di welfare che permetta agli studenti medi, agli universitari, ai dottorandi e agli studenti delle accademie di poter accedere liberamente ai canali del sapere».

Ecco che cosa prevede la riforma Gelmini per l'Università

CODICE ETICO ANTI-PARENTOPOLI
Ci sarà un codice etico per evitare incompatibilità, conflitti di interessi legati a parentele.

RETTORI A TEMPO
Un rettore non potrà rimanere in carica per più di 8 anni (attualmente ogni università decide il numero dei mandati), con valenza retroattiva.

FUNZIONI NETTAMENTE DISTINTE TRA SENATO E CDA
Il Senato avanzerà proposte di carattere scientifico, ma sarà il Cda ad avere la responsabilità chiara di spese e assunzioni, anche delle sedi distaccate. Il Cda non sarà elettivo, avrà il 40% di membri esterni e anche il presidente potrà essere esterno. È prevista una presenza qualificata di studenti negli organi di governo. La riforma della governance prevede, inoltre, la figura di un direttore generale, un vero e proprio manager di ateneo, al posto dell’attuale direttore amministrativo. Il nucleo di valutazione d’ateneo avrà una maggiore presenza di membri esterni per garantire una valutazione oggettiva e imparziale.

PER PROF VALUTAZIONE DA STUDENTI E CERTIFICAZIONE PRESENZA
Gli studenti valuteranno i professori e questo giudizio sarà determinante per l’attribuzione dei fondi alle università da parte del ministero. I docenti avranno l’obbligo di certificare la loro presenza a lezione. Viene, inoltre, stabilito un riferimento uniforme per l’impegno dei professori a tempo pieno: 1.500 ore annue di cui almeno 350 destinate ad attività di docenza e servizio per gli studenti. Scatti stipendiali solo ai prof migliori e possibilità di prendere 5 anni di aspettativa per andare nel privato senza perdere il posto.

FUSIONI E RIDUZIONE DEI SETTORI DISCIPLINARI
Ci sarà la possibilità di unire o federare università vicine per abbattere costi e aumentare la qualità di didattica e ricerca. Saranno ridotti i settori scientifico-disciplinari dagli attuali 370 alla metà (consistenza minima di 50 ordinari per settore) per evitare che si formino micro-settori che danno troppo potere a cordate ristrette. Riduzione delle facoltà che potranno essere al massimo 12 per ateneo.

ABILITAZIONE NAZIONALE
Il ddl introduce l’abilitazione nazionale per l’accesso di associati e ordinari. L’abilitazione è attribuita da una commissione nazionale (anche con membri stranieri) sulla base di specifici parametri di qualità. I posti saranno poi attribuiti a seguito di procedure pubbliche di selezione bandite dalle singole università. Si prevede una netta distinzione tra reclutamento e progressione di carriera.

SPAZIO AI GIOVANI RICERCATORI
Si prevedono contratti a tempo determinato di 6 anni (3+3), al termine dei quali se il ricercatore sarà ritenuto valido dall’ateneo sarà confermato a a tempo indeterminato come associato. Il provvedimento abbassa l’età in cui si entra in ruolo da 36 a 30 anni con uno stipendio che passa da 1.300 a 2.100 euro. Tra le novità l’aumento degli importi degli assegni di ricerca e l’abolizione delle borse post-dottorali.

BILANCI TRASPARENTI, COMMISSARIAMENTO PER CONTI IN ROSSO
Verrà introdotta una contabilità economico-patrimoniale uniforme, secondo criteri nazionali concordati tra i ministeri dell’Istruzione e del Tesoro. Debiti e crediti saranno resi più chiari nel bilancio. È previsto il commissariamento per gli atenei in dissesto finanziario.

AIUTI A STUDENTI MERITEVOLI
È prevista la delega al governo per riformare la legge 390/1991, in accordo con le Regioni. L’obiettivo è quello di spostare il sostegno direttamente agli studenti. Sarà costituito un fondo nazionale per il merito al fine di erogare borse di studio e di gestire, con tassi bassissimi, i prestiti d’onore.


Fonte: La Stampa

mercoledì 24 giugno 2009

Calcolo spese Università italiane.



Il Sole 24 Ore mette a tua disposizione uno strumento avanzato per calcolare, sulla base dell'indirizzo di studi e i dati Istat per il costo della vita, le spese che dovrai sostenere per l'istruzione dei tuoi figli. Puoi stimare con precisione le spese di trasferimento, vitto e sistemazione (alloggio), che influiscono in modo rilevante sul totale. Tenendo conto degli anni mancanti all'iscrizione, la stima dei costi ad oggi viene rivalutata al primo anno dell'inizio degli studi.

Per il calcolo clicca qui:

http://epheso.24oreborsaonline.ilsole24ore.com/SchoolPlanning/School.asp

martedì 10 marzo 2009

WiFi e Voip in tutte le facoltà!



Lo storico connubio tra l'università italiana e il web 2.0 dovrebbe esser cosa fatta entro tre anni. La previsione contenuta nel cronogramma di e-government 2012, il piano per la riorganizzazione e la digitalizzazione della Pa lanciato dal ministro Renato Brunetta, è di quelle ambiziose e che merita davvero un'attenzione particolare se, come ha certificato l'ultima indagine parlamentare sullo stato dei nostri atenei (si veda il Sole 24Ore del 26 febbraio scorso), solamente riequilibrando il rapporto tra personale non docente e professori sulla media nazionale si potrebbero risparmiare 250 milioni di euro l'anno. In un contesto di "diseconomie" ancora così macroscopico, con molte meno risorse (48,5 milioni, di cui 17, 5 già disponibili e gli altri 31 da reperire nel corso della legislatura) Palazzo Vidoni punta a mettere entro 18 mesi tutte le facoltà sullo stesso piano almeno per la copertura della rete WiFi e la disponibilità del servizio Voip, due semplici premesse per garantire servizi on line avanzati a tutti gli studenti e un nuovo standard digitale per i processi amministrativi interni e di comunicazione tra atenei e il ministero dell'Università.

I programmi d'azione sono molto mirati e si muovono su una serie di progetti di sviluppo digitale che le università hanno presentato a una commissione selezionatrice (composta da rappresentanti del Dipartimento per l'innovazione tecnologica, il Miur e la Conferenza dei rettori) per ottenere co-finanziamenti in cambio della garanzia di assicurare entro 12 mesi perlomeno il servizio di iscrizione online e la verbalizzazione elettronica degli esami. Su oltre 60 progetti inviati per l'iniziativa "Itc 4 university – campus digitali" ne sono stati selezionati 34 (non più finanziamenti a pioggia per tutti, insomma) mentre per la diffusione del WiFi negli atenei meridionali c'è l'impegno a finanziare almeno 20 dei 23 progetti presentati.

Se con questa seconda azione si agisce ancora sul fronte hardware, per garantire appunto la connettività senza fili laddove ancora non c'è, con il primo gruppo di progetti si punta a far fare un passo avanti a chi può permetterselo. Come, per esempio, l'Università di Ferrara (17.000 studenti su una città di 120mila residenti) che grazie a questo bando punta per esempio a offrire il servizio Voip agli allievi (visto che i professori lo utilizzano da tempo). «Pensiamo inizialmente a un utilizzo interno che consenta agli studenti di comunicare tra di loro con il programma open source già sperimentato negli ultimi due anni – spiega Cesare Stefanelli, docente di Reti di calcolatori – ma già in una prima fase ci sarà anche la possibilità di riceve chiamate via web». L'università ha anche in corso di sviluppo un accordo con il Comune per garantire l'accesso agli studenti alla futura rete WiFi cittadina e l'autenticazione condivisa con altri atenei regionali per assicurare l'accesso a internet con la stessa password in tutta l'Emilia Romagna.

A Ferrara, come in altri atenei che vantano un rettorato attento alla frontiera digitale, il piano e-government probabilmente offre solo un'accelerazione a cantieri già aperti: «Certo è che con i nuovi bandi attivati dal Dit e le risorse messe a disposizione – dice ancora Stefanelli – si alza l'attenzione e questo aiuta a mobilitare gli organi di governo degli atenei visto che, come già è accaduto in passato, i tempi di realizzazione degli obiettivi sono fissati in 12 mesi».

Ma anche dove l'utilizzo delle tecnologie Itc è in fase più avanzata il programma del ministero sembra consentire anche una sorta di "ripartenza" e verifica di programmi avviati. L'Università di Roma "La Sapienza", con oltre 100mila studenti di cui almeno 20mila normali utilizzatori della rete WiFi da almeno un paio d'anni, è stata selezionata insieme con gli altri due grandi atenei capitolini ("Tor Vergata" e "Roma 3") proprio per testare quanto possono funzionare un diffuso utilizzo di una tecnologia avanzata come la firma digitale: «Nella nostra università – spiega Renato Masiani, docente di Scienza delle costruzioni alla facoltà di Architettura – da 4 o 5 anni si fanno i verbali d'esame on line ma la procedura prevede ancora la firma di un documento finale che resta cartaceo. Con il nuovo piano cercheremo di sperimentare il passaggio alla firma digitale per tutti e le implicazioni che avrà in termini di maggiore efficienza». Procedure pilota saranno qui realizzate anche per la dematerializzazione degli atti amministrativi e per lo sviluppo del Voip oltre l'utilizzazione già raggiunta. «Se una cosa funziona alla Sapienza può funzionare in tutte le altre università italiane. È un po' questa l'idea di fondo della nuova serie di sviluppi sulle tecnologie della comunicazione resa possibile dal piano e-gov 2012 - conclude Masiani – e oltre alle risorse messe in campo, è certo che l'impostazione data dal Dit ci consente di mettere a fattor comune una serie di programmi avviati e che ora devono essere sottoposti a una dovuta verifica».

Fonte: Il Sole 24 Ore

sabato 28 febbraio 2009

L'università italiana è in crisi?



Migliaia di indirizzi. Concorrenza tra le facoltà. Caccia grossa agli studenti. E ai soldi, che sono sempre meno. Risultato: l'Italia perde terreno in Europa. Così si affaccia un'idea semplice quanto rivoluzionaria: se cominciassimo a premiare gli atenei più efficienti, non sforneremmo laureati migliori?
Alla Sapienza di Roma ci sono studenti che comprano gli esami con la complicità, oltre che di qualche professore, di bidelli factotum? Che volete, il nostro, rimane il paese del pezzo di carta.
Così non c'è da stupirsi se ogni tanto scoppiano casi del genere. Più significativo, per buttarla sul paradossale, è quando accade il contrario: che un docente compri il lavoro di un allievo. È la classica storiella: il cane che morde l'uomo non fa notizia, l'uomo che morde il cane sì.
Ebbene, a Trento è stato rinviato a giudizio un cattedratico della facoltà di economia, con l'accusa di avere acquistato (per 500 mila vecchie lirette) le tesi di due ragazzi, nemmeno tanto brillanti, visti i non eccezionali voti di laurea. Obiettivo: inserirne ampi brani, compresi gli errori di battitura, in un volume necessario al professore per diventare ordinario.
Povera università italiana. Le iscrizioni che dopo anni di stasi se non di declino sono tornate a crescere, i laureati che magari impiegheranno sette anni a tagliare il traguardo ma che dal 36 per cento del 1994 sono arrivati al 52 per cento sul totale degli immatricolati, la percentuale di popolazione tra i 25 e i 27 anni in possesso di titolo accademico passata dall'11 al 21 per cento.
Da qualunque parte si guardi, l'università continua ad apparire la grande malata del sistema Italia. Il numero di laureati sull'intera forza lavoro attiva è addirittura avvilente in confronto a quello dei competitori europei Germania, Francia, Gran Bretagna.
I fuori corso rimangono una caterva. Non basta: per seguitare con gli impietosi paragoni internazionali, la spesa universitaria italiana sul pil è dello 0,63 per cento, contro 1,13 della Francia, 1,11 della Gran Bretagna e 1,04 della Germania. Gli investimenti annui per la ricerca in ambito universitario sono di 2,9 miliardi di euro contro i 4,9 di Francia e Gran Bretagna e i 9 della Germania. Noi abbiamo lo 0,33 per cento di ricercatori sulla popolazione in età da lavoro, la metà delle altre nazioni. Per non infierire su un piccolo particolare: la stragrande maggioranza delle risorse se ne va in stipendi per il personale, ben l'86,85 per cento dei 6,18 miliardi del Fondo per il finanziamento ordinario (Ffo), il cuore dei trasferimenti di denaro dallo Stato agli atenei.
Certo, gli attuali 6.451 fra corsi e diplomi di laurea (anche se al momento si sovrappongono vecchio e nuovo ordinamento e molti appaiono destinati a esaurirsi) sembrano francamente troppi.
Da Bolzano a Palermo, le università sono oggi 77, 198 i comuni che ospitano almeno un corso di studi, mentre corsi di laurea e diplomi a livello universitario sono 6.451.
I docenti di ruolo sono 54.000. Il 36 per cento dei ricercatori e il 65 per cento dei professori ordinari hanno più di 50 anni. Solo il 52 per cento degli iscritti arriva alla laurea. Un quarto abbandona dopo il primo anno.
L'età media degli studenti è di 23,4 anni, 27,8 l'età in cui ci si laurea, 7 gli anni di permanenza nelle facoltà. Il 54 per cento degli allievi lavora a tempo pieno o parziale.

Fonte: Panorama

venerdì 9 gennaio 2009

Il decreto Gelmini è legge: ecco le novità.



Trasparenza nei concorsi, stop alle baronie, più spazio ai giovani, premi agli atenei con bilanci virtuosi e giro di vite per quelli in rosso: il decreto a firma Maria Stella Gelmini è legge. Con 281 voti a favore, 196 contrari (Pd e Idv), e 28 astenuti (Udc), l'aula di Montecitorio ha approvato in via definitiva il testo in materia di Università. Il ministro dell'Istruzione nega di aver ceduto alle pressioni dell'opposizione: sul maestro unico, dice, «nessuna marcia indietro».

Hanno votato contro i gruppi del Pd, convinti che la legge è «un'occasione mancata per il diritto allo studio in Italia», e dell'Idv. Si è astenuta l'Udc «per offrire un'apertura di credito nei confronti del ministro Gelmini».

Più soldi agli atenei virtuosi. Tra le novità della legge più finanziamenti (il 7 per cento del Fondo del Finanziamento Ordinario e del Fondo Straordinario della Finanziaria 2008) per le Università migliori: quelle con offerta formativa, con qualità della ricerca scientifica, efficienza delle sedi didattiche migliori. Gli atenei più virtuosi saranno individuati attraverso i parametri di valutazione Civr (Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca) e Cnvsu (Comitato nazionale valutazione del sistema universitario).

Stop alle assunzioni per gli atenei «spreconi». Da oggi gli atenei che spendono più del 90 per cento dei finanziamenti statali (Fondo di Finanziamento Ordinario) in stipendi non potranno bandire concorsi per docenti, ricercatori o personale

Più assunzioni per i ricercatori. Per favorire l'assunzione dei giovani ricercatori, il blocco del turn over (a quota 20 per cento nelle altre amministrazioni) viene elevato al 50 per cento. Delle possibili assunzioni presso le Università, almeno il 60 per cento dovrà essere riservato ai nuovi ricercatori. Con questi interventi si potranno assumere 4000 nuovi ricercatori.

Borse di studio ai meritevoli. Borse di studio a tutti quelli che ne hanno diritto grazie all'incremento di 135 milioni di euro destinato ai ragazzi capaci ma privi dei mezzi economici. Previsti 65 milioni di euro destinati a progetti per residenze universitarie (1700 posti letto in più).

Commissioni concorsi. Cambia la composizione delle commissioni che giudicheranno gli aspiranti professori universitari: a differenza di quanto accadeva finora, saranno quattro i professori sorteggiati da un elenco di commissari eletti a loro volta da una lista di ordinari del settore disciplinare oggetto del bando e da un solo professore ordinario
nominato dalla facoltà che ha richiesto il bando. Nelle intenzioni del ministro, si eviterà di predeterminare l'esito dei concorsi e di incoraggiare un più ampio numero di candidati a partecipare.

Gelmini: «Nessuna marcia indietro». Negando di aver fatto «marcia indietro», il ministro ha spiegato che il maestro unico «rimane il modello di base. Si è solamente compreso che non è incompatibile con il tempo pieno». Soddisfazione per l'astensione dell'Udc: «È un risultato importante, spero solo che sia un primo passo per condividere con l'opposizione una riforma organica dell'università».

«Finita difesa status quo». «Il problema, ha detto Gelmini, non è l'assenza di riforme mancate». Insomma, per il ministro è finita l'epoca delle «università sprecone» e della «difesa dello status quo».

La maggioranza difende il decreto Gelmini. La maggioranza plaude compatta alla riforma dell'università: «Più qualità, più meritocrazia, meno sprechi, meno privilegi negli atenei italiani. L'approvazione, da parte del Parlamento, del decreto Università garantisce l'avvio dellanecessaria riforma del sistema universitario nel nostro Paese». Ne è convinta Isabella Bertolini, componente del direttivo del Pdl alla Camera, perché, dice, le misure contenute nella legge «aiuteranno il rilancio qualitativo dell'Università italiana».

Critiche dall'opposizione. L'opposizione, invece, scende in campo contro la riforma voluta da Maria Stella Gelmini. «L'università italiana soffre di una crisi e non sarà certo il provvedimento approvato oggi, con le sue misure insufficienti e in alcuni casi anche peggiorative, a riportare ad una situazione di normalità gli atenei». Così Mariapia Garavaglia, omologa del ministro Gelmini nel governo ombra, a proposito del decreto approvato stamani.

Fonte: Il Messaggero

sabato 1 novembre 2008

I tagli ai fondi degli atenei.



Università colpita dai tagli. Documenti alla mano i tagli più consistenti li subisce il Fondo per il finanziamento ordinario delle università, per il funzionamento degli atenei, le spese di professori, ricercatori e personale non docente e per l'ordinaria manutenzione delle strutture universitarie e della ricerca scientifica.

La sforbiciata al Fondo, operata dalla Finanziaria per il 2009, fa registrare un taglio progressivo che dai 702 milioni di euro nel 2010 raggiunge nel 2011 gli 835 milioni di euro. Tutta colpa dei tagli alla tabella C della Finanziaria, legati, a partire dal 2010, alla riduzione lineare del 6,85% degli stanziamenti in ossequio al decreto Ici e a una ulteriore riduzione lineare di 30 milioni di euro imposta dal decreto Alitalia. Dati di segno negativo, dunque, in tutte le voci delle autorizzazioni di spesa: dal diritto allo studio, all'attività sportiva. In sofferenza anche le università non statali che incassano una potatura dei fondi di poco meno di 60 milioni di euro.

Oltre all'analisi dei tagli agli atenei contenuti nella Finanziaria per il 2009, c'è anche quella degli importi assegnati alla missione "Istruzione universitaria" dal disegno di legge di bilancio per il prossimo anno. Nella missione "Istruzione universitaria", divisa in 3 programmi, la dotazione è di 8.549,3 milioni di euro per il 2009, 7.844,5 milioni per il 2010 e 7.037,5 milioni per il 2011. La prima tabella, elaborata su dati del Servizio studi della Camera, nasce dal confronto tra gli importi assegnati a ogni programma con quelli del triennio successivo, dove verificare le riduzioni rispetto alle previsioni assestate di bilancio 2008, che escludono i tagli derivanti dai Dl 93/08 (Ici) e Dl 112/08 (manovra d'estate).

Le riduzioni più forti contenute nel ddl di bilancio per il 2009 sono concentrate nel programma sistema universitario e formazione post-universitaria, che scende verticalmente da poco più di 8mila milioni di euro a 6.496,5 milioni nel 2011 (meno 1.645,5 milioni di euro). Negli importi assegnati dal ddl bilancio per il diritto allo studio, dove si concentrano i fondi per borse di studio, prestiti d'onore, contributi per alloggi , residenze e collegi universitari e attività sportiva, si registra un calo che supera il 60% nel 2011 rispetto alle previsioni assestate 2008.

Fonte: Il sole 24 ore

lunedì 27 ottobre 2008

Università, il boom dei laureati precoci

Sono cresciuti in un anno del 57 per cento. La metà negli atenei di Siena e Chieti.



Tasic, un serbo di 19 anni, è finito su tutti i giornali del mondo perché, partito per l'America per studiare, ha preso la laurea e pure il dottorato in otto giorni? Noi italiani, di geni, ne abbiamo a migliaia. O almeno così dicono i numeri, stupefacenti, di alcune università. Numeri che, da soli, rivelano più di mille dossier sul degrado del titolo di «dottore». I «laureati precoci», studenti straordinari che riescono a finire l'università in anticipo sul previsto, ci sono sempre stati. È l'accelerazione degli ultimi anni ad essere sbalorditiva. Soprattutto nei corsi di laurea triennali, dove i «precoci» tra il 2006 e il 2007, stando alla banca dati del ministero dell'Università, sono cresciuti del 57% arrivando ad essere 11.874: pari al 6,83% del totale. Tema: è mai possibile che un «dottore» su 14 vada veloce come Usain Bolt? C'è di più: stando al rapporto 2007 sull'università elaborato dal Cnvsu, il Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario, quasi la metà di tutti questi Usain Bolt, per la precisione il 46%, ha preso nel 2006 l'alloro in due soli atenei. Per capirci: in due hanno sfornato tanti «dottori» quanto tutti gli altri 92 messi insieme. Quali sono queste culle del sapere occidentale colpevolmente ignorate dalle classifiche internazionali come quella della Shanghai Jiao Tong University secondo cui il primo ateneo italiano nel 2008, La Sapienza di Roma, è al 146˚ posto e Padova al 189˚? Risposta ufficiale del Cnvsu: «Stiamo elaborando i dati aggiornati per la pubblicazione del rapporto 2008. Comunque i dati sui laureati sono pubblici e consultabili sul sito dell'ufficio statistica del Miur». Infatti la risposta c'è: le culle del sapere che sfornano più «precoci» sono l'Università di Siena (494ª nella classifica di Shanghai) e la «Gabriele D'Annunzio» di Chieti e Pescara, che non figura neppure tra le prime 500 del pianeta. Numeri alla mano, risulta che dall'ateneo abruzzese, che grazie al contenitore unico di un'omonima Fondazione presieduta dal rettore Franco Cuccurullo e finanziata da molte delle maggiori case farmaceutiche (Angelini, Kowa, Ingenix, Fournier, Astra Zeneca, Boheringer, Bristol- Myers...), conta su una università telematica parallela non meno generosa, sono usciti nel 2007 la bellezza di 5.718 studenti con laurea triennale. In maggioranza (53%) immatricolati, stando ai dati, nell'anno accademico 2005-2006 o dopo. Il che fa pensare che si siano laureati in due anni o addirittura in pochi mesi. Quanto all'ateneo di Siena, i precoci nel 2007 sono risultati 1.918 su un totale di 4.060 «triennali»: il 47,2%. La metà.

Ancora più sorprendente, tuttavia, è la quota di maschi: su 1.918 sono 1.897. Contro 21 femmine. Come mai? Con ogni probabilità perché alla fine del 2003 l'Università firmò una convenzione coi carabinieri che consentiva ai marescialli che avevano seguito il corso biennale interno di farsi riconoscere la bellezza di 124 «crediti formativi». Per raggiungere i 148 necessari ad ottenere la laurea triennale in Scienza dell'amministrazione, a quel punto, bastava presentare tre tesine da 8 crediti ciascuna. E il gioco era fatto. Ma facciamo un passo indietro. Tutto era nato quando, alla fine degli anni Novanta, il ministro Luigi Berlinguer, adeguando le norme a quelle europee, aveva introdotto la laurea triennale. Laurea alla portata di chi, avendo accumulato anni d'esperienza nel suo lavoro, poteva mettere a frutto questa sua professionalità grazie al riconoscimento di un certo numero di quei «crediti formativi» di cui dicevamo. Un'innovazione di per sé sensata. Ma rivelatasi presto, all'italiana, devastante. Colpa del peso che da noi viene dato nei concorsi pubblici, nelle graduatorie interne, nelle promozioni, non alle valutazioni sulle capacità professionali delle persone ma al «pezzo di carta», il cui valore legale non è mai stato (ahinoi!) abolito. Colpa del modo in cui molti atenei hanno interpretato l'autonomia gestionale. Colpa delle crescenti ristrettezze economiche, che hanno spinto alcune università a lanciarsi in una pazza corsa ad accumulare più iscritti possibili per avere più rette possibili e chiedere al governo più finanziamenti possibili. Va da sé che, in una giungla di questo genere, la gara ad accaparrarsi il maggior numero di studenti è passata attraverso l'offerta di convenzioni generosissime con grandi gruppi di persone unite da una divisa o da un Ordine professionale, un'associazione o un sindacato. Dai vigili del fuoco ai giornalisti, dai finanzieri agli iscritti alla Uil. E va da sé che, per spuntarla, c'è chi era arrivato a sbandierare «occasioni d'oro, siore e siore, occasioni irripetibili». Come appunto quei 124 crediti su 148 necessari alla laurea, annullati solo dopo lo scoppio di roventi polemiche. Un andazzo pazzesco, interrotto solo nel maggio 2007 da Fabio Mussi («Mai più di 60 crediti: mai più!») quando ormai buona parte dei buoi era già scappata dalle stalle. Peggio. Perfino dopo quell'argine eretto dal predecessore della Gelmini, c'è chi ha tirato diritto. Come la «Kore» di Enna che, nonostante il provvedimento mussiano prevedesse che il taglio dei crediti doveva essere applicato tassativamente dall'anno accademico 2006-2007, ha pubblicato sul suo sito internet il seguente avviso: «Si comunica che, a seguito della disposizione del ministro Mussi, l'Università di Enna ha deciso di procedere alla riformulazione delle convenzioni» ma «facendo salvi i diritti acquisiti da coloro che vi abbiano fatto esplicito riferimento, sia in sede di immatricolazione che in sede di iscrizione a corsi singoli, nell'ambito dell'anno accademico 2006-2007».

Bene: sapete quanti studenti risultano aver preso la laurea triennale nell'ateneo siciliano in meno di due anni grazie ad accordi come quello con i poliziotti (76 crediti riconosciuti agli agenti, 106 ai sovrintendenti e addirittura 127 agli ispettori) che volevano diventare dottori in «Mediazione culturale e cooperazione euromediterranea»? Una marea: il 79%. Una percentuale superiore perfino a quella della Libera università degli Studi San Pio V di Roma: 645 precoci su 886, pari al 73%. E inferiore solo a quella della Tel.M.A., l'università telematica legata al Formez, l'ente di formazione che dipende dal Dipartimento della funzione pubblica: 428 «precoci» su 468 laureati. Vale a dire il 91,4%. Che senso ha regalare le lauree così, a chi ha l'unico merito di essere iscritto alla Cisl o di lavorare all'Aci?

Fonte: Corriere della Sera

martedì 14 ottobre 2008

Affitti alle stelle!



A Milano un posto letto in zona Brianza costa 450 euro, per una stanza singola si va da un minimo di 650 (zona Bande Nere) a un valore medio di 800 (zona Lambiate, Udine e Fiera) a un massimo di 900 (in zona Vittoria). A Firenze un posto letto costa in media 350/400 euro, una stanza circa 700. Sono i costi proibitivi che gli studenti fuori sede devono affrontare per poter frequentare l'università fuori da casa. I dati emergono dall'indagine del Sunia (Sindacato unitario nazionale inquilini assegnatari) basata sui numeri raccolti in alcune città metropolitane e in centri minori sedi di Università.

Costi e città. A Bologna, dove gli studenti si concentrano nelle zone vicine all'Università, occorrono 250/280 euro per un posto letto in una doppia, da 370 a 500 per una singola. A Roma in zone vicine alle università centrali (San Lorenzo, Piazza Bologna) vengono chiesti circa 600 euro per una stanza singola, 450 per un posto letto in una doppia. Valori solo leggermente più bassi (550 euro per una camera singola) in zone vicine alle altre Università (zona Ostiense e Cinecittà). Si risparmia soltanto se ci si sposta in zone molto periferiche: 300 euro per un posto letto e 450 una singola in zone Prenestina, Centocelle e simili. A Napoli per un posto letto occorrono 300/450 euro, per una stanza si spende dai 400 ai 600 euro, con i prezzi più alti nelle zone Policlinico, Vomero e Colli Aminei. A Bari per un posto letto occorrono 250/350 euro, almeno 350 per una singola.

Nelle città più piccole i prezzi sono più bassi in termini assoluti, ma hanno un peso maggiore nell'economia cittadina. «In queste città la forte domanda da parte di studenti ha notevolmente deformato il mercato, economicamente e socialmente - spiega la responsabile dell'ufficio studi del Sunia Laura Mariani -: i proprietari riescono a praticare alti canoni affittando un alloggio a più studenti, fenomeno che innesca un processo di aumento generalizzato anche per i residenti i quali sono espulsi da intere zone urbane. Il problema - continua Mariani - non è solo il costo alto, nella maggioranza dei casi ci sono anche tutta una serie di violazioni, clausole capestro e vessatorie con contratti non registrati senza limite di canone, alloggi privi di dotazioni minime sia impiantistiche che di qualità, modalità irregolari di accollo sugli inquilini delle spese condominiali».

Studenti stranieri. Nelle città in cui è più frequente il fenomeno degli affitti a studenti extracomunitari, come a Perugia, si registra infine un'ulteriore anomalia: l'aumento di circa il 25/30% del canone chiesto agli studenti stranieri rispetto a quanto chiesto agli italiani.

Fonte: Il Messaggero

venerdì 3 ottobre 2008

Erasmus, gli studenti stranieri bocciano l’Italia



Resiste il mito del Belpaese, ma gli studenti stranieri che arrivano in Italia con l’Erasmus bocciano l’università e i servizi che trovano nel nostro Paese. Che è soprattutto “costosissimo, incapace di garantire un alloggio a prezzi contenuti e dove l’inglese è una lingua di cui si fa a meno”.
È l’Italia vista dagli studenti Erasmus che hanno risposto ad un questionario proposto dalla free press Studenti Magazine e dall’associazione Erasmus Student network Italia. Venti domande a cui, attraverso il sito www.esn.it, hanno risposto 1500 studenti provenienti da 28 paesi diversi e afferenti a 27 diverse città italiane.
Prezzi troppo alti e università troppo confusionaria: sono i problemi piú sentiti dagli studenti stranieri all’arrivo. L’83 per cento degli intervistati dichiara di spendere di piú in Italia rispetto al proprio Paese. La voce piú costosa è al solito l’affitto (per il 69 per cento). Seguono il cibo per il 14,4 per cento e il divertimento per il 12,6. Il 4 per cento trova invece particolarmente costosi i libri.
Bocciata la qualità dell’università Italiana, che il 71 per cento degli intervistati ritiene peggiore di quella del proprio paese. Per il 39,6 per cento degli intervistati la causa principale di questa bocciatura è il pessimo stato delle strutture. Seguono la scarsità dei servizi web per il 24,4 per cento, la difficoltà nel raggiungere informazioni per il 19,5 per cento e i professori per il 16,5 per cento. Relativamente a questi ultimi, quando si chiede un confronto con quelli del proprio paese il 59 per cento non vede differenze, il 25 per cento li giudica peggiori e solo il 16 per cento li vede migliori.
Il miraggio casa: è una grande difficoltà per gli italiani, figuriamoci per gli studenti Erasmus. La casa, infatti, oltre ad essere costosa è difficile da trovare: ha avuto problemi ben il 66 per cento degli intervistati. La causa principale è il prezzo elevato (per il 37,4 per cento), seguita dalle cattive condizioni degli immobili (per il 29,1 per cento), dal razzismo dei proprietari che non affittano a stranieri (per il 20,8 per cento) e dall’assenza di un contratto (per il 12,7 per cento).
Impietoso il giudizio sull’utilizzo della lingua inglese in Italia. Appena l’1,4 per cento lo ritiene indispensabile, contro il 46,6 per cento che lo ritiene assolutamente inutile e il 53 per cento che lo ritiene utile, ma non fondamentale.
Questo quadro a tinte chiaroscure non annulla completamente il fascino dell’Italia che tuttavia viene inevitabilmente intaccato. Emerge infatti che se al momento della scelta il 97 per cento degli studenti Erasmus arriva in Italia perchè “sempre attratto dal Belpaese”. Ma alla fine del soggiorno solo il 60 per cento vi ritornerebbe ad occhi chiusi.

Fonte: Panorama

venerdì 26 settembre 2008

72 diplomati su 100 si iscrivono all'università.



Roma, 25 set. (Apcom) - Oggi, ogni 100 ragazzi diplomati, 72 si iscrivono all'università e sono più spesso le ragazze che accedono alla formazione universitaria (il 78% delle diplomate), tanto che il 57% degli iscritti all'università sono donne. Un valore molto elevato se si pensa che in Germania il 48% degli iscritti a una facoltà universitaria è costituito da donne, che rappresentano il 55% in Francia e nel Regno Unito e il 54% in Finlandia (Commissione Europea, Eurydice, Eurostat, 2005). Tra le facoltà ad indirizzo scientifico e tecnologico, ingegneria ha il maggior numero di immatricolazioni (10,5%) con il 19.9% di ragazze immatricolate, il valore minimo di presenza femminile. Sono solo una parte dei dati diffusi dal Cnr in occasione della conferenza stampa di presentazione di "Accendi la Luce sulla Scienza"svoltasi questa mattina al Planetario, relativi alle scelte dei giovani della facoltà universitaria dopo aver conseguito il diploma.

Secondo i dati, le ragazze sono, però, più brave sia nella laurea breve e che nella specialistica. Esempi emblematici sono i risultati ottenuti dalle laureate nei gruppi ingegneria e scientifico, dove le ragazze ottengono punteggi più alti (109,3 contro 107,8 dei maschi ad ingegneria e 105 contro 104 nelle lauree scientifiche) e in tempi più brevi dei loro colleghi (rispettivamente in ingegneria si laureano a 24,9 anni contro i 25,3 dei maschi e in lauree scientifiche a 29,6 anni contro i 33 dei maschi) (Almalaurea, 2007).

Purtroppo, tra i laureati sono poi veramente pochi quelli che scelgono la carriera scientifica, forse per le ragioni che lo stesso Maiani ha denunciato questq mattina nel corso della conferenza stampa. Nell'Europa a 25 i ricercatori sono il 4.7 per mille della forza lavoro, dove 1.4 per mille sono donne e 3.3 per mille uomini. L'Italia, ancora detiene il triste primato della più bassa percentuale di ricercatori con il 3.5 per mille contro l'Irlanda (8.2 per mille), l'Olanda (6.2 per mille), la Germania (5.6 per mille) e il Regno Unito (5.3 per mille) che hanno una percentuale di ricercatori superiore alla media EU.

Fonte: Apcom

venerdì 5 settembre 2008

Parte corsa alloggi, tanti affitti in "nero"



Con l’imminente inizio del nuovo anno accademico ritorna la corsa agli alloggi per gli studenti fuori sede. Ogni anno sono messe a disposizione degli studenti residenze da parte delle università, delle aziende regionali e degli istituti religiosi, variabili a seconda della disponibilità. Stando ai dati del Ministero dell’Istruzione relativi al 2007, le regioni con il più alto numero di fuorisede sono Lombardia (circa 94 mila su 200 mila totali), Lazio (circa 75 mila su 185 mila), Emilia-Romagna (circa 80 mila su 121 mila) e Veneto (circa 59 mila su 92 mila). In tutti questi casi il numero di posti letto totali messi a disposizione è nettamente inferiore a quello di chi studia fuori dalla propria regione d’origine: sono circa 10 mila per la Lombardia, circa 6.000 per l’Emilia-Romagna, 4.200 circa per il Lazio e 5.030 per il Veneto. Ci sono, poi, regioni come Valle d’Aosta e Molise, in cui non c’è alcun posto letto messo a disposizione. In nessuna delle altre regioni, inoltre, i posti letto sono sufficienti a soddisfare la domanda dei fuori sede. La conseguenza inevitabile è che si ricorre sempre più alle offerte di alloggi privati. E a riproporsi è il vecchio problema di affitti in nero e sempre più alti.

Qual è la situazione nelle regioni italiane a riguardo? In base a una ricognizione sui siti dedicati agli studenti, al vertice della classifica delle città più care c’è Roma, seguita da Milano e Firenze. Se nella Capitale il costo medio di una stanza singola è di 500 euro, variabile a seconda della zona e della metratura, a Milano e Firenze la media è di 400 euro. A seguire Bologna, che, con un costo medio (sempre in riferimento alla singola) di 350 euro, in aumento rispetto allo scorso anno, è la città universitaria più cara dell’Emilia-Romagna: città come Parma e Modena si attestano sui 300 euro. Partendo dal Nord si riscontra questa cifra anche ad Aosta, Torino, Genova, e, verso est, Verona e Venezia, mentre leggermente più economiche per chi vuole studiare sono Padova (costo medio singola 250 euro) e, in Friuli, Udine e Trieste, dove per avere una stanza singola si pagano mediamente 200-220 euro.

Se Firenze è la città universitaria più cara dopo Roma e Milano, le altre città toscane non si rivelano comunque convenienti: a Pisa e Siena il prezzo medio di una singola è di 300 euro. Più economiche sono Umbria, Marche, Abruzzo e Molise: per studiare negli atenei di Perugia, Ancona, Camerino, l’Aquila, Chieti e Campobasso occorrono mediamente 200 euro per una stanza singola. Più abbordabili si rivelano, infine, le città meridionali:se affitti un pò più alti si riscontrano a Napoli, dove il prezzo medio di una singola è di 300 euro, per le altre città si oscilla tra i 200 euro di Bari, Potenza, Cosenza, Catanzaro, Reggio Calabria e delle città universitarie delle isole (Messina, Catania, Palermo, Enna, Cagliari) e i 150 euro di Foggia e Lecce.

Fonte: Il Secolo XIX

mercoledì 27 agosto 2008

Partono i test d'ingresso per 200.000 matricole



Nelle università stanno per partire i test d'accesso alle facoltà a numero chiuso per l'anno accademico 2008/2009. Per le 200mila aspiranti matricole il calendario delle prove si aprirà mercoledì prossimo, 3 settembre, con la prova nazionale per l'ammissione a Medicina e Chirurgia, per continuare il 4 settembre con i test per Odontoiatria e Protesi dentaria, il 5 per Veterinaria e l'8 settembre per Architettura. Il 9 e il 10 settembre, infine, sarà la volta dei test per l'accesso ai corsi di laurea delle Professioni sanitarie e per quelli in Scienze della formazione primaria: in questo caso, le prove saranno stabilite dai singoli atenei e non a livello nazionale, così come accade per l'iscrizione a Scienze della comunicazione, Economia e Psicologia.
Per quanto riguarda i costi, tra iscrizione (mai sotto i 40 euro), libri ed eventuali spostamenti, le spese vanno dai 100 ai 300 euro. Naturalmente esistono società che organizzano corsi specifici, le cui tariffe, per l'area medica, arrivano a 1.700 euro per 70 ore. Più economici i corsi per altre facoltà, ma molti studenti preferiscono preparare da soli le prove, soprattutto quelle di cultura generale. Magari rispolverando i libri delle superiori, prendendo l'abitudine di leggere il giornale tutti i giorni o aiutati da iniziative come quella del nostro sito attraverso test specifici da effettuare online. Da quest'anno, inoltre, il ministero ha messo a punto uno strumento di simulazione (www.accessoprogrammato.miur.it) con il quale esercitarsi, verificare il proprio grado di competenze e anche ottenere informazioni dettagliate sullo svolgimento delle prove, attraverso un video clip che mostra come compilare i test e quali accorgimenti usare al momento della riconsegna della busta contenente i quesiti.
Istruzioni che sono contenute anche nel Dm dello scorso 18 giugno, con il quale il ministro Mariastella Gelmini ha fissato le modalità di partecipazione e i contenuti delle prove, ma anche i criteri per la tutela della privacy e la trasparenza. Più rigore, quindi, dopo lo scandalo sulle truffe nei test per Medicina che lo scorso anno coinvolse, da Nord a Sud, diversi atenei del Paese, con l'annullamento delle prove nelle sedi di Bari e Catanzaro. In quell'occasione, l'ex ministro Mussi intervenne proponendo misure per bandire dagli atenei per cinque anni gli studenti coinvolti nelle frodi, ma anche Gelmini, all'indomani del suo insediamento, ha annunciato una "revisione dei test per migliorarli e renderli più meritocratici".
Una volta superata la prova di ammissione, in molti atenei gli studenti troveranno corsi di laurea riorganizzati e con un numero di esami inferiore agli anni precedenti. Con l'anno accademico 2008/2009, infatti, partiranno le nuove lauree previste dal Dm 270/04: tetto massimo di 20 esami per la triennale e di 12 per la magistrale e almeno il 50% degli insegnamenti di ogni corso affidati a professori o ricercatori di ruolo dell'ateneo. Le nuove regole diventeranno obbligatorie per tutte le università a partire dal 2010.

Fonte: Il Sole 24 Ore

martedì 26 agosto 2008

Test d'ingresso per infermieri e tecnici



Ultime ore per accedere ai bandi per i posti nei corsi di laurea triennali delle 22 professioni sanitarie (infermieri, tecnici sanitari e della riabilitazione) per il prossimo anno accademico. Che aumentano sempre: 26.474 nel 2008-2009, il 4,1% in più rispetto al 2007-2008. Gli ultimi bandi per la richiesta di ammissione all'esame scadono infatti in alcune Università i primi giorni di settembre. Le prove poi sono fissate per tutti il 9 settembre (fanno eccezione le tre Università non statali: Milano S. Raffaele l'8 settembre, Roma Cattolica e Roma Campus biomedico il 10 settembre) e le previsioni di adesione, secondo la Conferenza dei corsi di laurea delle professioni sanitarie, potrebbero sfiorare quota centomila: nel 2007-2008 erano quasi 90mila, con una media di 3,4 domande per un posto, sempre in aumento negli ultimi anni. Un boom di richieste motivato soprattutto dal fatto che il tempo medio per trovare un posto di lavoro non supera i sei mesi.
Gli esami per l'accesso alle lauree specialistiche in queste professioni, invece, per cui la laurea triennale è propedeutica, sono fissati per tutti al 28 ottobre. Per questi corsi i posti sono circa 2mila (erano 1.800 lo scorso anno), con un aumento di oltre l'11 per cento.
Le professioni più richieste sono fisioterapista e logopedista, rispettivamente a 12 e 9 domande per un posto nel 2007-2008. Seguono dietista a 8, ostetrica e tecnico di radiologia a 5, igienista dentale a 4. Le previsioni elaborate da Angelo Mastrillo, segretario della Conferenza, indicano un'ulteriore crescita delle richieste per fisioterapia e per la professione di tecnico di neurofisiopatologia.
L'aumento dei posti a bando riguarda invece in particolare la professione di infermiere in alcune Università: Bari da 506 a 774, Cagliari da 120 a 211, Messina da 500 a 525, Napoli seconda Università da 340 a 370, Perugia da 202 a 253, Roma Sapienza 1 da 1.569 a 1.683, Torino da 720 a 745, Vercelli da 400 a 440 e Verona da 663 a 683. E si auspica ora per questa professione anche l'aumento delle domande, stabili negli ultimi anni a 2 per ogni posto a bando. La disponibilità per la laurea in infermieristica, secondo Mastrillo, è comunque inferiore di 4.089 posti (-28%), rispetto alla richiesta di 31.147 di ministero della Salute e Regioni e i posti assegnati in più rispetto allo scorso anno sono "appena" 403 (+2,8%). La carenza maggiore (circa 2.500 posti) riguarda in particolare le Università di Lombardia e Veneto dove per gli infermieri è sempre allarme-organici.
Per la modalità di iscrizione ai corsi di laurea triennale, rispetto al passato migliora quella diretta via internet anche se otto Università non utilizzano la procedura di iscrizione all'esame di ammissione online: Catania, Catanzaro, Firenze, Messina, Napoli seconda Università, Perugia, Sassari e Siena. In questi atenei la domanda può essere presentata solo di persona o per posta, opzione esclusa a Messina e alla seconda Università di Napoli.
Ma c'è anche un'altra nota dolente: «La mancata indicazione in tempo reale del numero delle domande presentate sarebbe di grande aiuto per orientare gli studenti nella scelta del corso e dell'Università», spiega Mastrillo. Ma per ora, su 38 atenei, questo accade solo all'Università di Ferrara che pubblica giorno per giorno i dati sul numero di domande presentate per ogni corso.
Comunque, sulla domanda di ammissione è possibile indicare l'opzione per altri due corsi oltre a quello di prima scelta. Questo serve a poter essere "ripescati" nel caso che in alcuni corsi le domande o il numero dei partecipanti all'esame sia inferiore ai posti disponibili, anche se non sempre il meccanismo è sufficiente a garantire il fabbisogno di studenti: lo scorso anno, infatti, sono rimasti scoperti i corsi per tecnico audiometrista e assistente sanitario.
Ogni ateneo ha poi stabilito autonomamente la tassa di iscrizione. Stabile rispetto allo scorso anno, in media è di 40 euro (39 euro nel 2007-2008, quando però era aumentata del 9% circa), con il costo più alto alla Cattolica di Roma (95 euro), Milano S. Raffaele (70 euro), Ferrara e Bologna (60 euro). Il costo più basso invece è a Foggia con 15 euro. Ma quest'anno anche le Università di Ancona e Cagliari che non prevedevano alcun costo applicano una tassa di iscrizione di 25 e 20 euro.
Per la prima volta, infine, nessun ateneo pretende più la marca da bollo di 14,62 euro: l'ultima a richiederla lo scorso anno fu l'Università Varese Insubria.


Fonte: Il Sole 24 Ore

lunedì 4 agosto 2008

Stipendi d'oro ai professori universitari

Lavorano 3 ore al giorno: 10mila euro

Lavorano tre ore al giorno e arrivano a guadagnare 10mila euro al mese; vengono assunti in numero doppio rispetto alle necessità; per far carriera spesso vige il nepotismo più assoluto: non si tratta dei politici ma dei professori universitari.
Un'inchiesta condotta da Il Giornale mette in luce i bubboni delle nostre università scatenando, ovviamente, numerose polemiche. Secondo quanto scrive il quotidiano diretto da Mario Giordano le 77 università italiane sono in gran parte coi conti in rosso. Spesso si trovano al limite del commissariamento. E anziché tagliare sulla spesa corrente, preferiscono diminuire i fondi della ricerca. Ma è proprio sui conti ordinare che Il Giornale accende un faro: negli ultimi sette anni c’è stata una moltiplicazione delle cattedre. In pratica, sono stati banditi 13.232 posti da associato o da ordinario e poi creati 26.004 idonei. Nel 99,3% dei casi i concorsi hanno promosso candidati senza che l'ateneo avesse il posto per loro. E i costi per il personale sono lievitati a dismisura: quasi 300 milioni di euro per coprire le nuove qualifiche. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone che già insegnavano nello stesso ateneo che però, avendo avuto l'idoneità per concorso, hanno diritto all'aumento di stipendio.Tutto questo succede grazie a una legge del '99 nata per superare un'emergenza e per abbattere i costi dei concorsi. Un'emergenza che è poi diventata normalità. Uno stratagemma, secondo il quotidiano, che serve per per assumere l’assistente "figlio di" oppure chi è stato al devoto servizio del prof ordinario per anni. Il meccanismo è semplice: l'università A non ha risorse per bandire un posto, ma un suo ricercatore, o un professore associato, fa in modo di essere dichiarato idoneo a un concorso nell'Università B: poi torna a "casa", l’ateneo crea la nuova cattedra e il gioco è fatto.

I privilegi dei prof

Secondo quanto denuncia Il Giornale, analizzando i dati della Ragioneria di Stato si scopre che il carico quotidiano per chi insegna nelle università è in media di 3 ore e 39 minuti per cinque giorni alla settimana. Un conteggio che tiene conto dell'insegnamento, delle sessioni d'esame, delle commissioni d laurea e del ricevimento degli studenti. Nelle tabelle di retribuzioni per i professori ordinari nel 2008 si scopre che un docente appena assunto percepisce 4.373 euro lordi al mese. A fine carriera, dopo 28 anni, arrivano ad essere 8221,39 euro. Rapido calcolo matematico: 283,49 euro l'ora.

Lo sdegno dei professori

E' ovvio che trattandosi di medie ci sono molti casi in cui la realtà e diversa. In una lettera 240 docenti ordinari appartenneti a 15 atenei nazionali hanno espresso il loro disappunto: "Se ovunque, specie all'università, la qualità dovrebbe prevalere sulla quantità, in realtà non basterebbero neppure le 24 ore giornaliere a tenere testa a quello che la coscienza del docente e l'immaginazione e curiosità del ricercatore che è in ognuno di noi ci spingono a fare, per l'evoluzione scientifica dei nostri studenti e l'aggiornamento e approfondimento delle conoscenze nei nostri settori disciplinari". Ma come abbiamo scritto, si tratta di medie e quindi ci saranno anche dei casi peggiori di quelli appena descritti.

Fonte: Tgcom

giovedì 31 luglio 2008

La scelta dell'Università dopo la maturità.


Finito il tour de force degli esami di maturità, molti neodiplomati si stanno godendo il meritato riposo.
Le vacanze di coloro che a settembre vogliono iscriversi a un corso universitario non potranno però durare in eterno: le facoltà a numero chiuso, infatti, ogni anno vedono ai nastri di partenza oltre 200 mila studenti, che devono passare il test di ammissione. Ma come si sceglie la giusta facoltà?
Come si fa a decidere qual è il giusto ateneo in cui studiare? Quali sono le opportunità di lavoro che ciascun indirizzo offre?

A cosa serve la preiscrizione

Gli studenti dell’ultimo anno delle superiori interessati all’accesso ai corsi di laurea universitari, ai corsi delle istituzioni di alta formazione artistica e musicale, ai percorsi di istruzione e formazione tecnica superiore (IFTS) o anche solo all’inserimento nel mondo del lavoro, quest’anno hanno avuto la possibilità – dal 28 marzo al 28 aprile – di ricorrere alla preiscrizione, utilizzando un apposito modulo disponibile sul sito web del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) e presso tutte le scuole.
Il sistema della preiscrizione (stabilito dal MIUR con il decreto ministeriale del 28 marzo 2008) non vincola in alcun modo lo studente, che al momento dell’iscrizione vera e propria è libero di scegliere altro, rispetto ai tre corsi indicati nel modulo di preiscrizione; il suo scopo è invece quello di permettere agli atenei di predisporre iniziative e attività di orientamento in base alla scelta dei corsi di laurea o di diploma accademico e di consentire un’adeguata programmazione dell’offerta formativa e dei servizi destinati agli studenti, come informazioni sulle opportunità di tirocini formativi, sulle disponibilità delle strutture didattiche e dei servizi dedicati agli studenti, sull’adeguata preparazione iniziale richiesta per il corso prescelto e, se necessario, sulle modalità di verifica, nonché sulle eventuali attività formative propedeutiche.

Corsi di laurea a numero chiuso

Con la legge n. 264 del 1999 l’Italia si è adeguata al sistema del numero programmato, piuttosto diffuso in molte istituzioni universitarie europee, regolamentando l’accesso ad alcuni corsi di laurea con un test di ammissione.
Lo scopo del cosiddetto “numero chiuso” è duplice: da un lato, quello di equilibrare il rapporto tra numero di studenti e qualità e capacità delle strutture universitarie che li accolgono, dall’altro quello di regolare l’offerta di professionalità richieste dal mercato.
Per ogni corso a numero chiuso viene pubblicato un bando di concorso nel quale vengono indicati il numero dei posti disponibili, i termini di iscrizione, la data e le modalità di svolgimento della prova di ammissione.
A partire dal mese di agosto i bandi sono normalmente reperibili presso le segreterie delle università, mentre le prove di selezione si tengono, solitamente, nelle prime settimane di settembre.
Dato che l’accesso al corso è condizionato dal superamento del test, è sempre consigliabile preiscriversi ai test di ammissione in più sedi e sostenere più prove, in modo da aumentare le probabilità di successo.
La scelta dell’ateneoIn Italia sono 60 gli atenei statali e 13 quelli non statali (a cui si aggiungono tre atenei che offrono un’area di studio unica) che, grazie ai nuovi obblighi sulla trasparenza e i “requisiti necessari” previsti dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, hanno cominciato a competere su temi come docenza, organizzazione della didattica e ricerca.

La scelta del corso di laurea

I corsi offerti dalle università italiane oggi sono circa un centinaio, alcuni molto diffusi, altri che si tengono invece in pochi atenei.
Prima di scegliere il corso che si ritiene adatto alle proprie inclinazioni, è bene informarsi in modo approfondito sulle sedi in cui ogni corso è attivato, sul percorso universitario, sulle prospettive professionali che si aprono alla fine degli studi.
Da valutare è anche la possibilità di scegliere un diploma universitario, nato per fornire una preparazione di livello universitario, finalizzata però a un immediato e operativo inserimento nel mondo del lavoro.
I siti internet che offrono sistemi per valutare i propri interessi sono molti. Tra quelli istituzionali bisogna segnalare il portale del MIUR, realizzato per orientare i ragazzi interessati all'iscrizione all'università e nella scelta del corso di studi che più risponde ai loro interessi, e il sito del Ministero dell’Istruzione, che fornisce la Guida all’Istruzione Superiore e alle Professioni, pubblicata in formato .pdf. Per individuare la facoltà più appropriata su base geografica, invece, è disponibile CercaUniversità, un servizio sponsorizzato dal Ministero che aggrega le ricerche possibili che riguardano l'Università, dai corsi di laurea ai finanziamenti, dai docenti agli studenti universitari, dai bandi alle statistiche.
Per coloro che spingono lo sguardo anche oltre i confini italiani, l’Università di Bologna offre una guida a tutte le università presenti nel mondo, completa di link e informazioni utili.

Come studiare e come scegliere

Su Internet o sui libriI siti online che offrono test di ammissione, manuali di sopravvivenza, scambi di opinioni e consigli sono numerosi, ma non sempre sono affidabili.
Se Internet è diventata senza dubbio la più grande fonte di notizie, è anche vero che non è sempre aggiornata. Analizzando alcuni siti che offrono la possibilità di effettuare gli esami di ammissione, ad esempio, abbiamo trovato un test per la facoltà di giurisprudenza chiaramente datato: alla domanda “quanti paesi fanno parte dell’Unione Europea?” dava come risposta esatta “15”, sebbene sia dal 2004 che i paesi membri non sono più 15 (e dal 2007 sono ben 27). Dunque, è essenziale non prendere per oro colato ciò che circola in rete. L’alternativa a Internet è la libreria: i volumi sull’argomento sono numerosissimi, da quelli che aiutano a prepararsi per i test (ma occhio all’anno di edizione, bisogna scegliere sempre i più aggiornati!), a quelli che forniscono un orientamento alla giusta facoltà, la scelta è vastissima.

martedì 29 luglio 2008

Lotta al posto letto nelle Università italiane

Gli studenti fuori sede sono almeno 600 mila, ma solo 50 mila trovano alloggio nei campus.
Bloccato dalla burocrazia il piano straordinario Case per studenti: l'Italia è ultima in Europa.Bamboccioni, mammoni, belli di casa. È vero, i giovani italiani sono quelli che restano più a lungo in famiglia, approfittando dei sughi di mamma e della macchina di papà. Siamo così, l'anima di un popolo non è facile da cambiare. Ma almeno per chi dopo la scuola sceglie l'università non è solo questione di pigrizia. Siamo il Paese con il più basso numero di posti letto nelle residenze universitarie, un primato che nessuno ci invidia. Otto anni fa, in pompa magna, abbiamo lanciato un piano straordinarioche ha cambiato le cose dello zero virgola. E che rappresenta un monumento all'inefficienza del nostro Paese.
LA MAPPA DEI POSTI - In Italia campus e residenze universitarie mettono a disposizione circa 50 mila posti. Briciole rispetto al numero degli iscritti ad un corso di istruzione superiore, che sono un milione e 800 mila. Copriamo solo il 2,7 per cento del totale. Agli altri non resta che rimanere a casa di mamma e papà, oppure infilarsi nel tunnel delle stanze ammobiliate, che poi vuol dire affitto in nero ed evasione fiscale. Guardare cosa succede negli altri Paesi europei è avvilente. In Gran Bretagna il college non riguarda solo le élite di Oxford e Cambridge ma uno studente su tre: coprono il 29 per cento della popolazione universitaria. In Francia sono al 16 per cento, in Germania al 12, in Spagna all'8 per cento. Non c'è paragone con noi e non è solo questione di numeri. Le residenze universitarie sono democratiche. La retta è più economica di un affitto e apre le porte delle università anche a chi non può campare sulle spalle dei genitori. Sono tanti se si pensa che un figlio che studia fuori sede costa intorno ai 12 mila euro l'anno. Oltre che democratici i campus sono un'ottima materia di studio. Vivere da soli, cucinare, lavare, fare la spesaè il modo migliore per imparare ad organizzare il proprio tempo. Ed organizzare il proprio tempo è una delle cose più importanti nella formazione del lavoratore del domani. A chi ha imparato un libro a memoria, e dopo sei mesi ha dimenticato tutto, le aziende preferiscono chi sa risolvere problemi. E vivere da soli è un'ottima palestra per imparare a farlo.
IL PIANO STRAORDINARIO - Forse con questo nobile obiettivo, nel 2000 l'Italia ha lanciato un piano straordinario che avrebbe dovuto portare nel giro di quattro anni a raddoppiare il numero dei posti letto. Ebbene, di anni ne sono passati otto e quel piano voluto dall'allora ministro dell'Università Ortensio Zecchino si è concluso con un mezzo fallimento. I posti non sono raddoppiati ma cresciuti del 20 per cento e siamo sempre in fondo alla classifica europea. Da 42 mila siamo arrivati a 50 mila. Non solo. La crescita effettiva potrebbe essere in realtà inferiore perché buona parte dei nuovi posti letto, pur realizzati, non sono ancora utilizzabili. Insomma, dopo otto anni i posti in più davvero disponibili sarebbero 1.950, un ancora più misero 5 per cento. Della questione si è occupata anche la Corte dei conti che sull'attuazione di quel piano ha concluso da poco un'indagine conoscitiva. «Non è chiarito — si legge nella relazione — se i nuovi alloggi siano effettivamente operativi, dato che non sono pervenute attestazioni puntuali in ordine all'effettiva agibilità delle strutture». C'è un altro modo per guardare al fallimento del piano straordinario. Lo Stato, in varie tranche, ha messo a disposizione 380 milioni di euro che avrebbero dovuto finanziare al 50 per cento le opere realizzare dalla varie università. In otto anni sono stati spesi solo 40 milioni di euro, l'11 per cento. Come è possibile?
COSA NON HA FUNZIONATO - È la stessa Corte dei conti a riconoscere il «modesto grado di attuazione» dell'intervento straordinario per le residenze universitarie. E a ripercorrere le tappe di un processo che ci porta dritti nel labirinto della burocrazia. Il piano «urgente», sottolinea la Corte, è «partito in realtà oltre quattro anni dopo» l'annuncio. La legge viene approvata nel novembre del 2000. Un anno se ne va per la pubblicazione dei bandi, i termini per la presentazione delle domande vengono prorogati più volte perché all'inizio nessuno si muove. Poi arriva la commissione incaricata di valutare le richieste e di anni ne volano via altri due. Il primo piano triennale viene presentato nel marzo 2005, 1.600 giorni dopo l'approvazione della legge. Il primo pagamento è arrivato nel dicembre 2006, più di sei anni dopo. Inevitabile che a qualcuno siano cadute le braccia. Su 169 progetti presentati, la commissione nominata dal ministero ne ha approvati 139, quasi tutti (l'87%) per le regioni del centro nord, quelle che richiamano più studenti dal resto del Paese. Di quei 139, in quindici hanno rinunciato. Dall'università di Macerata a quella di Firenze, da quella di Pavia a quella di Padova hanno detto no allo Stato che regalava la metà dei soldi necessari per rimettere a posto vecchi studentati. Se sono arrivati a tanto è proprio perché le procedure per accedere ai fondi somigliavano ad un labirinto. Anche se con linguaggio felpato, la Corte dei conti sottolinea una «anomala velocità di spesa, rallentata anche dai modi di assolvere gli adempimenti tecnico-burocratici». Non solo. I magistrati richiamano anche il ministero dell'Università che non ha collaborato come dovuto. E in particolare «il servizio di controllo interno che, nonostante i ripetuti solleciti, ha omesso di fornire riscontri e valutazioni coerenti con i quesiti formulati dalla Corte». Un fallimento che i responsabili non vogliono neppure spiegare. L'unica buona notizia è che adesso ci riproviamo. Per utilizzare quei 340 milioni di euro rimasti in cassaforte, il ministero dell'Università ha bandito all'inizio dell'anno un secondo bando per le residenze universitarie. Una «iniziativa da valutare positivamente, secondo la Corte dei conti che questa volta confida in tempi più rapidi. La stessa speranza dei bamboccioni e delle loro famiglie.

Fonte: Corriere della Sera

venerdì 25 luglio 2008

Laurea "lunga" e laurea triennale. Quanti trovano lavoro?

Nel 2007, a circa tre anni dal conseguimento del titolo, il 73,3% dei laureati in corsi lunghi svolge un’attività lavorativa, il 14,1 è in cerca di occupazione, mentre il 12,6%, pur non lavorando, dichiara di non essere alla ricerca di lavoro.
La quota di occupati tra i laureati nei corsi triennali, pari al 73,1%, è sostanzialmente simile a quella dei laureati in corsi lunghi. Viceversa, è più contenuta la quota di giovani in cerca di lavoro (12,2%).
In prima battuta, si delinea, quindi, un migliore inserimento occupazionale per i laureati in corsi brevi, che registrano un tasso di disoccupazione più contenuto (14,3% rispetto al 16,1%).
I laureati nei corsi lunghi sono invece più favoriti nel trovare un lavoro continuativo dopo la laurea (sono il 56,2% contro il 48,5% dei laureati "triennali"). In effetti, l’occupazione tra i laureati in corsi brevi è maggiormente caratterizzata dalla presenza di studenti lavoratori, cioè, di persone impegnate in lavori iniziati prima del conseguimento del titolo.

Fonte: ISTAT

venerdì 4 luglio 2008

NASCE IL NUOVO BLOG DELL'UNIVERSITA' DI VERONA



LA STORIA DELL'ATENEO VERONESE

A Verona, all'inizio degli anni Cinquanta, un gruppo di intellettuali cattolici diede vita alla Libera Scuola Superiore di Scienze Storiche "Ludovico Antonio Muratori" unitamente alla rivista "Nova Historia".
Fu da quel gruppo di studiosi che scaturì la volontà di far nascere a Verona una Università.
L'idea prese corpo nel febbraio del 1959 quando l'allora sindaco, Prof. Giorgio Zanotto , pose come ordine del giorno della seduta del consiglio comunale "l'istituzione in Verona di una Facoltà universitaria di Economia e Commercio".
Al progetto aderirono con entusiasmo l'Amministrazione Provinciale e la Camera di Commercio.
Si crearono, così, la Libera Facoltà di Economia e Commercio e il Consorzio per gli Studi Universitari per la gestione della stessa.
Nell'estate del 1959 il progetto prese forma.
Fu fissata la sede all'interno di Palazzo Giuliari, donato dalla contessa Giuliari Tusini e attuale sede del Rettorato. In seguito, iniziarono le iscrizioni e il 1 novembre dello stesso anno si tenne la cerimonia di inaugurazione della nuova Facoltà.
Tuttavia, il mancato riconoscimento governativo dell'iniziativa bloccò le aspettative di tutti, dagli enti pubblici veronesi agli studenti stessi. Le autorità cittadine cercarono immediatamente una soluzione e nel 1963 arrivò. L'Università di Padova riconobbe, infatti, la Facoltà di Economia e Commercio come sua Facoltà con sede distaccata a Verona. Nel luglio del 1963 fu, così, discussa la tesi del primo laureato della neonata Facoltà veronese. In poco tempo Padova decise di trasferire a Verona anche le sezioni distaccate di Medicina e Chirurgia e di Magistero, divenuta oggi Lettere e Filosofia.
Il progetto da cui ha avuto inizio la storia dell'Ateneo scaligero ebbe la sua concreta e definitiva realizzazione nel 1982, quando le autorità governative concessero a Verona l'autonomia e la statizzazione del suo Ateneo. Grazie al prezioso supporto e alla stretta collaborazione dei rappresentanti delle principali istituzioni pubbliche e private, governative, regionali e locali e grazie anche all'apporto di validi docenti, l'Ateneo veronese è cresciuto nel tempo arrivando alle odierne otto facoltà: Economia, Giurisprudenza, Lettere e Filosofia, Lingue e Letterature Straniere, Medicina e Chirurgia, Scienze della Formazione, Scienze Matematiche Fisiche e Naturali e Scienze Motorie.
Sotto la spinta della recente riforma degli ordinamenti didattici, l'Ateneo scaligero propone oggi numerosi e innovativi corsi di laurea, sia triennali sia specialistici, senza dimenticare l'offerta post-lauream, offrendo agli studenti un'ampia e curata scelta formativa, adeguata al cambiamento dei tempi e sempre attenta alla qualità degli insegnamenti.
In questi ultimi anni l'Università di Verona sta organizzando i propri spazi in Cittadelle legate alle aree culturali e di ricerca cui afferiscono le diverse Facoltà. Nel cuore del centro storico cittadino, oltre agli uffici amministrativi e al Rettorato, si è sviluppata la Cittadella della Cultura che prevede un'implementazione grazie al restauro di una parte dell'ex Caserma Santa Marta; a sud della città è situata la Cittadella della Scienza mentre la Cittadella della Giustizia si avvarrà presto di nuovi spazi nel centro cittadino. Infine, la Cittadella dello Sport vanta la presenza di strutture quali un nuovo Palazzetto per accogliere studenti ma anche cittadini. Inoltre l'utilizzo di alcune antiche dimore storiche come Villa Lebrecht a San Floriano - sede del Corso di laurea interateneo in scienze e tecnologie viticole ed enologiche - ha permesso ad alcuni corsi di trovare la giusta collocazione. D'altra parte, certo, l'Università di Verona non dimentica il forte legame con il territorio che la ospita. Infatti i corsi dell'ateneo scaligero sono oggi anche dislocati fuori dalle mura cittadine in località come Legnago, Vicenza, Bolzano, Trento, Ala e Rovereto.

Fonte: http://www.univr.it/


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